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La cartapesta, con la sua leggerezza e la facilità di modellazione, offre possibilità creative pressoché illimitate, ma proprio la natura porosa del materiale ne limita la resistenza meccanica. Se un manufatto deve sopportare sollecitazioni, urti o semplicemente durare nel tempo, è necessario addensare le fibre di cellulosa e saturare i micro-vuoti che rendono fragile la struttura. Indurire la cartapesta significa quindi intervenire su più livelli: rafforzare il legame tra i fogli, migliorare la coesione interna dell’impasto e sigillare la superficie con finiture che creino un guscio protettivo contro umidità e usura.
Principi di indurimento: cosa accade a livello delle fibre
Il cartone macerato o i fogli sovrapposti vengono tenuti insieme da amidi, colle a base acqua o semplici tensioni capillari. Una volta evaporato il liquido di impasto, le fibre restano unite per attrito ma rimangono spazi vuoti che assorbono di nuovo umidità, rendendo l’oggetto sensibile a deformazioni. Le tecniche di indurimento più efficaci agiscono saturando tali vuoti con polimeri che induriscono per essiccazione o per reazione chimica, ancorandosi alle irregolarità della cellulosa e creando un reticolo rigido che distribuisce gli stress meccanici. L’indurimento è tanto più stabile quanto migliore è la penetrazione del legante: se il polimero si ferma in superficie, il nucleo rimane cedevole e può sbriciolarsi.
Preparazione del manufatto prima dei trattamenti
Una cartapesta destinata a diventare solida deve asciugare lentamente ma completamente già in fase di modellazione; l’acqua intrappolata non solo ostacola la penetrazione del legante, ma genera muffe e rigonfiamenti. Dopo aver sagomato la forma, conviene lasciarla in un ambiente ventilato per alcuni giorni, ruotandola di tanto in tanto affinché tutte le zone si asciughino in modo uniforme. A essiccazione avvenuta, è utile eliminare eventuali bave o eccessi di pasta con carta abrasiva a grana media, prestando attenzione a non creare solchi profondi: una superficie omogenea agevola l’adesione dei successivi strati indurenti.
Impregnazione profonda con colla vinilica diluita
Il metodo più accessibile per ottenere un indurimento significativo consiste nell’utilizzare colla vinilica pura, diluita con acqua in rapporto uno a uno. La miscela, fluida come il latte, penetra con facilità nei pori della cartapesta e rilascia un film plastico che irrigidisce le fibre. Applicare la soluzione a pennello morbido in due passate incrociate evita il ristagno di gocciolature e permette di raggiungere le cavità meno esposte. Dopo quindici minuti, quando la superficie appare ancora umida ma non cola più, si stende un secondo strato leggermente più denso: questa sovrapposizione crea un ponte tra la zona impregnate e la pellicola emergente. L’asciugatura completa richiede in genere ventiquattro ore a temperatura ambiente; durante questo tempo è importante che l’oggetto resti sollevato su sostegni, affinché l’aria circoli anche nella parte inferiore. A essiccazione terminata, la cartapesta suona più secca se colpita con la nocca e oppone una certa resistenza alla compressione.
Rinforzo strutturale con resine acriliche o epossidiche
Quando l’opera dev’essere particolarmente robusta, ad esempio un elemento scenografico soggetto a manipolazioni frequenti, la colla vinilica può non bastare. In questi casi si ricorre a resine acriliche a due componenti o, per un’ulteriore tenacia, a resine epossidiche. Le prime, disponibili in formulazioni a bassa viscosità, si mescolano con l’induritore immediatamente prima dell’uso e si stendono con un pennello sintetico, lavorando in ambiente ben aerato. Il composto scende nei capillari come un olio e, polimerizzando, forma una rete vetrosa che lega le fibre in modo permanente. Nel caso di resine epossidiche, si ottiene un guscio quasi indistruttibile, ma occorre calibrare bene le dosi per evitare colature che altererebbero il volume dell’oggetto. Una prassi prudente consiste nell’applicare più mani sottili a distanza di un paio d’ore, rispetto a un’unica colata abbondante: la stratificazione riduce il rischio di surriscaldamenti esotermici e garantisce uniformità.
Stucco e levigatura: uniformare la pelle esterna
Indurire non significa soltanto solidificare: una volta che l’interno ha acquisito consistenza, la superficie può presentare irregolarità o microporosità che rovinano l’effetto finale. Preparare uno stucco leggero miscelando gesso fine e colla vinilica in parti uguali, con l’aggiunta di poche gocce d’acqua, permette di ottenere una crema spalmabile che si stende con spatola flessibile. Lo stucco riempie avvallamenti e minuscole crepe, integrandosi con il supporto grazie alla stessa base vinilica utilizzata in precedenza. Dopo l’indurimento, che avviene in meno di un’ora, si carteggia con carta a grana 220 finché la superficie diventa liscia come porcellana; il calore prodotto dall’attrito attenua la ruvidità residua, fondendo leggermente lo strato di colla sottostante e sigillando i granelli di gesso.
Sigillatura finale e protezione dagli agenti esterni
Per proteggere il manufatto da umidità, polvere e raggi ultravioletti, l’ultima fase consiste nell’applicare un sigillante trasparente a base acrilica o poliuretanica. Una vernice acrilica in dispersione acquosa, opaca o lucida a seconda del gusto, è sufficiente per ambienti interni; due passate, intervallate da un leggero passaggio di carta abrasiva finissima per eliminare le micro-scaglie sollevate, creano una barriera elastica che non ingiallisce nel tempo. Se l’oggetto deve resistere all’esterno, occorre un prodotto poliuretanico con filtri UV: la formulazione, più densa, tende a livellarsi da sola e forma un film simile a un sottile strato di plastica dura. Anche in questo caso è preferibile la stratificazione: una mano di fondo diluita penetra meglio, mentre le successive aumentano lo spessore protettivo.
Controllo dell’umidità e tempi di stagionatura
Dalla prima impregnazione all’ultima mano di vernice possono trascorrere diversi giorni; ogni strato, anche se appare asciutto al tatto, continua a cedere solventi e umidità per altre ventiquattro ore. Per evitare screpolature o bolle, l’ambiente dovrebbe mantenersi intorno ai venti gradi con umidità relativa non superiore al sessanta per cento. Correnti d’aria fredda o fonti di calore diretto alterano la velocità di evaporazione, creando tensioni superficiali che si traducono in micro-fessure. Una volta completata la finitura, lasciare il pezzo a riposo per una settimana garantisce la piena reticolazione dei polimeri, dopo la quale la cartapesta indurita sopporta meglio sbalzi termici e piccole torsioni.
Errori frequenti e come evitarli
Il tentativo di guadagnare tempo con strati troppo spessi è la causa principale di colature e bolle interne che indeboliscono la struttura anziché rinforzarla. Aggiungere solventi organici “per far penetrare di più” è un altro errore: la cellulosa si imbibisce, si gonfia e, una volta evaporato il solvente, resta uno scheletro fragile. Anche trascurare l’abrasione intermedia compromette l’adesione tra i vari strati: la polvere, non rimossa, agisce da distaccante e crea sfogliature in fase di asciugatura.